Del perché ho cambiato idea sulla tassa di soggiorno così com’è.

Posted on 12 luglio 2013

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Ho cambiato idea. All’inizio ritenevo che la tassa di soggiorno, così come era stata annunciata, non fosse dannosa ai flussi turistici. La tassa di soggiorno, quando iniziai a lavorare (1979) esisteva già, si pagava ogni 10 giorni presso gli uffici dell’Aci (si chiamava infatti “la decade”). Si compilava una distinta prendendo i dati dal Modello C60 dell’Istat, questo si compilava calcolando le presenze del registro di Pubblica Sicurezza numerato pagina per pagina, schedina numerata per schedina numerata, calcoli separati per individuali adulti, bambini, gruppi e scorporando preti, suore e militari, che se non ricordo male erano esenti, i militari solo se in missione.

Macchinosa nel calcolo, territorio matematico/filosofico per portieri di notte privi di alcun software, ché i lamenti di quelli che dicono essere oggi complicato il calcolo mi fanno sorridere. A quei tempi la tassa c’era e si facevano soldi a palate nel turismo (si, gli albergatori si lamentavano anche allora che non guadagnavano, ma questa è una situazione strutturale). Allora mi chiederete perché ho cambiato idea? Cercherò di spiegarmi…

cambio idea

La la libertà  dell’applicazione della tassa di soggiorno è stata riconosciuta ai comuni come “contentino” per il sempre più pesante rapporto tra Stato e Comuni a livello economico e finanziario. Quindi non è matematicamente possibile che tutto l’introito derivante dalla tassa possa essere utilizzato in favore del turismo e della promozione o dedicata a migliorare la fruibilità turistica di una determinata città o destinazione. Va da sé che se non voglio chiudere l’asilo nido, un po’ di soldi dalla tassa di soggiorno bisogna che li tolga. Quindi la tassa pesa sul sistema turistico e questo ne beneficia solo in parte (in alcuni comuni si lamenta un reinvestimento solo del 10% nell’aera turistica).

Di concerto con l’applicazione della tassa di soggiorno noto, negli ultimi tempi, una certa fertilità – tra gruppi politici, più o meno eterogenei, di destinazioni piccole o piccolissime – nella costituzione di sedicenti club di prodotto, di brand di destinazioni, di turismi (pare che pronunciarlo al plurale restituisca automaticamente un background in marketing turistico) attività senza capo né coda che solo immaginarle sottende costi impressionanti. Ho paura che si creino sacche incontrollate di piccoli politici prestati al marketing che impostino campagne pubblicitarie, lanci di brand, e attività scoordinate da quelle delle Regioni e dell’agenzia nazionale.

Ho paura che i soldi della tassa di soggiorno non finiranno per rendere più competitive le destinazioni o per formare gli operatori locali alla qualità e a gestire l’innovazione ma a ricreare, dopo la chiusura delle APT, un micro ecosistema invisibile alla domanda turistica globale. Un insieme di brand e azioni scoordinate che si perderanno nel mare grande del business turistico.

Vedo mettere on line portali dal costo di centinaia di migliaia di euro che già vent’anni fa sarebbero stati ritenuti obsoleti, intercetto velleità di portali e-commerce finalizzati alla vendita di camere per destinazioni di 5/6 comuni che evidentemente non sanno che Priceline, per vendere camere, investe solo su Google decine di milioni di dollari all’anno e che la Svizzera (leggasi SVIZZERA) ci è arrivata dopo strategie decennali. Vorrei non dover vedere ancora le innumerevoli [nome destinazione]Promotion che hanno annusato per anni finanziamenti pubblici con zero benefici per chi nel turismo ci faticava tutti i giorni. Il marketing è di per sé materia difficile – spesso anche solo da accostare al concetto di ospitalità – che farlo fare a chi fino a ieri ha gestito un partito o un comune non è umanamente possibile.

Il ministro Bray ha detto che la tassa di soggiorno deve essere rivista e uniformata. Giusto! Secondo me è anche necessario che a quei flussi di danaro venga data, meglio se dettata, una “direzione nazionale coordinata” che venga imposto un “sistema turistico italiano” che punti su innovazione e qualità (se non lo si impone non lo farà nessuno di sua sponte). E che questa mole di danaro venga monitorata e controllata fissando strategie e obiettivi, non per arrestare qualcuno ma per correggere il tiro dove necessario. C’è da rendere l’Italia una destinazione unica e unica che sia al passo con il mercato turistico mondiale. Creare ancora una volta zone incontrollate nell’offerta turistica italiana è un rischio che non possiamo assolutamente correre.

Mi direte che le leggi non lo consentono… cambiamole, altrimenti ci cambierà il mercato, se non lo ha già fatto.

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